Storia

Dietro ogni mobile, c’è una storia.  Erano la vita dei rioni con le loro botteghe allestite su vicoli e slarghi: i falegnami, spinti all’aperto dalle condizioni insalubri dei fondi, furono tra Ottocento e Novecento il cuore pulsante della città storica, in particolare del rione Prato, dove, in onore di quell’antica abilità, ogni anno, alla fine dell’estate, una manifestazione rievoca atmosfere e folclore.

Nel periodo successivo all’Unità di Italia il mestiere di falegname a Città di Castello acquista la configurazione di un’attività industriale, grazie alle commesse di alcuni illuminati benefattori, come i baroni Leopoldo e Alice Franchetti, e al programma di lavori pubblici che le istituzioni promossero, attingendo, per lavori edili e di restauro, ai custodi di un’arte, tramandata oralmente di bottega in bottega.

Per far fronte al lavoro e reperire manodopera qualificata, i falegnami diedero vita nel 1909 alla Scuola Operaia, in cui furono formati i migliori artigiani della generazione successiva, che realizzò compiutamente il passaggio del settore dall’artigianato all’industria. In quegli anni nasce
il Centro di formazione “G.O. Bufalini”, agenzia che ancora oggi costituisce il riferimento della formazione professionale e del reclutamento di personale specializzato in tecniche e design.
In questo fermento di inizio secolo si inserisce l’intuizione imprenditoriale di personaggi locali che integrarono la progettazione con la decorazione di tessuti e mobili, definendo il settore del legno come una vera e propria filiera, aperta a branchie accessorie di produzione e commercializzazione nel campo del restauro o dell’antiquariato.

La comune estrazione ed una simile sensibilità estetica contribuirono a uniformare i motivi dello stile altotiberino che fu definito “povero” perché destinato non solo le case delle famiglie facoltose, ma anche gli insediamenti che crescevano nelle frazioni e nella campagna esterna alle mura. Alla ricchezza di linee e modelli si deve la flessibilità con cui ancora oggi i mobili rispondono all’esigenza moderna di funzionalità, senza rinunciare alla qualità del pezzo “costruito su misura” o a soluzioni globali di arredo.
Fonte di ispirazione e guida filologica fu Palazzo Vitelli alla Cannoniera, attuale sede della Pinacoteca di Città di Castello, ripristinato nel 1912 da Elia Volpi come vero e proprio museo di ebanisteria. Rifuggendo dalla facile tentazione di produrre falsi manufatti di antiquariato, l’artigiano del legno tifernate fece del recupero e dei riuso la sua cifra, in armonia con la filosofia tipica della cultura contadina e con l’ambizione del migliore artigianato.
Con questo sostrato culturale e storico, l’arte mobiliera tifernate ha affrontato e superato mode e materiali, confermandosi come punto di riferimento nel Centro Italia anche grazie alla mostra annuale promossa dagli artigiani della Smai e al marchio di autenticità.

Il consorzio, fondato nel 1975, con il supporto delle istituzioni e della locale Cassa di Risparmio, nacque con lo scopo mettere insieme le forze di sessanta artigiani e attualmente propone nel Centro Servizi di Cerbara un allestimento permanente della produzione locale.

Ultima tappa di questo lungo viaggio è “L’arte è mobile” che, seguendo il filo della memoria, propone uno sguardo inedito sul mobile in stile altotiberino, riscoprendo le radici storiche, i protagonisti, la cultura di una terra ricca di storia.